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Beato Bonaventura da Potenza

di padre Carlo Palestina

"Carlo Antonio Gerardo, figlio di Mastro Lello Lavanca et Caterina Pica. Battezzato ex licentia dell'arciprete della Cattedrale da D.Carlo Acerni, arciprete di S. Michele, et elevato da Claudio Gagliardo della Cava. Lì 4 gennaio 1651". È l'atto  di battesimo conservato nell'archivio della Cattedrale di Potenza del Nostro, nato nello stesso giorno, o, forse, il giorno precedente. È figlio di una "povera, e volgar gente, ma ornata di singolare onestà di costumi, e d'insigne cristiana pietà". È vescovo della città Bonaventura Claver, dei frati minori conventuali, che l'11 marzo 1657 conferisce al piccolo Carlo Antonio Gerardo il sacramento della Cresima. Non è nei canoni della santità dare necessariamente credito alle predisposizioni giovanili, evidenziate dai primi biografi, ma non indispensabili per la chiamata di Dio, che lo vogliono dotato  di tutte le qualità per la vocazione alla santità.  Il piccolo Carlo ha vissuto la vita di tutti i suoi coetanei; molto probabilmente, all'età di cinque anni, ha visto gli orrori della peste e forse ha visto morire qualche amichetto compagno dei suoi giuochi  infantili. L'abitazione non lontana dal convento di S. Francesco consente al giovane Carlo di frequentare la famosa chiesa dei frati e non è da escludere che sia rimasto affascinato dal prestigio di cui godevano in città i padri Maestri dello Studio di Potenza, che aveva raggiunto allora una grande notorietà. Ancor più stimolante è l'opera caritativa del vescovo francescano, di cui sente parlare tanto bene dalla gente e che certamente ha potuto avvicinare nella Cattedrale così vicina alla sua abitazione. Il resto non si conosce ed è preferibile lasciarlo alla regia di Dio, che si è servito di tante circostanze e soprattutto della pronta disponibilità del giovane potentino a rispondere alla chiamata di S. Francesco. 

"Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò"31 è la perentoria chiamata che scuote Carlo Antonio Gerardo Lavanca mentre - è consentito immaginarlo - nella chiesa di S. Francesco è in profonda meditazione per conoscere il suo domani. Il 4 ottobre 1666, nella festa di S. Francesco, ormai quindicenne lascia Potenza, che non rivedrà mai più.Viene ricevuto nell'Ordine dal  Ministro Provinciale, padre Antonio da Pescopagano nel convento di Nocera Inferiore ed è per sempre e solo fra' Bonaventura da Potenza. 

L'anno successivo il 5 ottobre emette la professione semplice. Inizia l'itineranza, che sarà la caratteristica della sua vita, per i vari conventi  della Provincia religiosa, che gli assicura di assaporare ogni volta la gioia della liberazione e  le difficoltà dell'esodo. Per la sua presenza ad Amalfi (1672-1680), a Capri (1687), ad Ischia (1688-1698) e a Ravello (1710-1711), dove termina il suo viaggio, è il "Pellegrino della Costiera", come con felice espressione l'ha definito un confratello, padre Gianfranco Grieco. 

Verso il ventesimo anno si fa più assillante in fra' Bonaventura l'aspirazione verso una vita francescana più eroica, e per questo interrompe gli studi e viene dai superiori inviato nel convento di Lapìo, in provincia di Avellino, dove si conduce una vita di maggiore penitenza, ma non è sufficiente a calmare l'ansia di perfezione che divora fra' Bonaventura. La riforma di S. Pietro d'Alcantara, il francescano spagnolo che chiama i suoi seguaci ad una vita rigorosissima, a livello quasi di eroicità, affascina fra' Bonaventura, che, come il suo concittadino, padre Tullio da Potenza, vorrebbe lasciare il convento per seguire la forma  di vita più consona alle sue aspirazioni. Alla  insistente richiesta di poter passare tra le fila degli alcantarini, risponde il padre Provinciale con una felice intuizione, lo invia nel convento di Amalfi  alla scuola di ascetica del "maestro" di vita rigorosa e penitente, padre Domenico Girardelli.   Alla voce del superiore il "martire dell'obbedienza" non oppone alcuna resistenza, vi legge la volontà di Dio e riprende il suo cammino. È subito  una identità di vedute tra il maestro e il discepolo, favorita maggiormente dalla comune origine lucana.

La stessa radice di mentalità, di sensibilità, di aspirazioni verso un rigore di vita abituale nella loro terra facilita il compito del maestro, che in otto anni di comunanza di vita lo avvia alle più alte espressioni di vita di penitenza e di mortificazione. 

La fama dell'ardore nell'apostolato provoca una gara tra i superiori dei conventi della Provincia di Napoli e tutti lo richiedono di famiglia nel proprio convento. Napoli, S. Antonio fuori Porta Medina, Maranola, Giugliano, Montella, Sorrento sono le prime stazioni provvisorie di soste della sua itineranza, sempre disponibile a recarsi dove lo chiama l'obbedienza. Il 30 dicembre del 1683, a notte inoltrata, il superiore del convento di Giugliano comunica la morte di padre Domenico a padre Bonaventura, che trova immerso in profonda preghiera nella sua cella, certamente intento a pregare per il "maestro" che saliva al cielo. Dovunque sia  chiamato dall'obbedienza padre Bonaventura porta la sua figura di gigante umile e spoglio, come le montagne della sua terra e offre un messaggio dell'amore più ardente a Dio e ai fratelli, vissuto e testimoniato da incessante orazione, da generosa penitenza, da lieta povertà, da illimitata fraternità, sempre pronto a dare tutto se stesso per le anime. I suoi biografi sottolineano anche che uomini e donne, giovani e anziani, amici e nemici, ricchi e poveri, ammalati e carcerati, consacrati e laici, credenti e miscredenti, sono tutti oggetto della sconfinata carità di fra' Bonaventura, che non esita a richiedere di sostare per una settimana, in una cella del carcere, per predisporre un condannato a morte ad affrontare la pena capitale riconciliato con Dio. 

La terra di origine, emarginata rispetto alla Campania, alla quale è unita e dove molto più numerosi sono i conventi dell'Ordine, non può usufruire dei benefici della sua santità. Una volta si prospetta la probabile visita a Potenza, in occasione della malattia della sorella, ma nemmeno questa volta i  potentini possono avere la gioia di rivederlo. Si preferisce riportare l'episodio con le stesse parole del suo confratello, il Rugilo. 

"Conservando - scrive il Rugilo - altresì l'istessa indifferenza, portava nel cuore per una stanza sola una speciale ripugnanza: ed era per quella di Potenza sua patria. L'amore e la stima grande che i concittadini avevano per lui n'erano la cagione. Prevedea per certissimi segni la commozione di quel Popolo al suo arrivo, e gli onori, e le acclamazioni universali che gli avrebber fatte. Queste erano imagini odiose della ubbidienza, ad ogni costo evitarle. Perciò si ridusse a prevenirne più volte i Superiori colle più calde preghiere, che nol mandassero in Potenza. Corrisposero quelli a' suoi desideri molt'anni: e non ostanti le continue premure, che da' Padri del Convento di Potenza, da' Congiunti, da' Cittadini, e singolarmente da D.Errico Loffredo Conte di quella Città si presentavano, per ottenerlo, i Ministri si trovavano in questo punto impersuasibili. Ma poi venne un Ministro che il consentì, o perché furono più validi gli impulsi, o più compassionevoli le circostanze.

Infermava una sorella del P. Bonaventura, ed ardeva piucche mai di rivederlo, temendo di non esser prevenuta dalla morte. Il suo stato e le sue preghiere ottennero, che il Ministro spedisse comando al di lei lontano Fratello, acciò si portasse in Potenza per confortarla.  

Al comando del Superiore dimenticò il Servo di Dio tutte le sue ripugnanze, e s'incamminò verso la Patria con un Religioso compagno. Erasi giunto in Eboli, Terra della campagna di Salerno; quando il P. Bonaventura vide in ispirito la sorella già rendere in quel punto l'Anima a Dio: e rivoltosi al compagno disse Non occorre più proseguire il viaggio: né più andare in Potenza.  La mia sorella è già morta. Altro non resta, che ritornarcene al nostro Convento, donde siamo partiti. E ciò detto ripigliarono il contrario camino, e si resero alla primiera stanza, essendosi così pienamente soddisfatto a' doveri della ubbidienza, e della umiltà". 

A nulla erano valsi i reiterati inviti dei confratelli del convento di S. Francesco e della popolazione di Potenza. La scelta del distacco è da attribuirsi ad una sua esplicita volontà manifestata ai superiori per evitare onori e plausi dei concittadini. Il dramma della lotta tra la volontà del distacco e la pronta sottomissione all'obbedienza lo registra Dio. La visione, che gli ha reso nota l'avvenuta morte della sorella, ha consentito al frate obbediente la soddisfazione di non essere venuto meno al comando del superiore e la dispensa dell'andata a Potenza non più necessaria. Per una strana coincidenza è Eboli - sia detto di passaggio - la città che ferma fra' Bonaventura dal suo viaggio di ritorno nella terra d'origine. 

Ischia, non certo l'opulenta isola di oggi, con una popolazione sostenuta da una pesca senza sbocco e da una agricoltura primitiva, si avvale per dieci anni (1688-1698) della presenza del Beato. Egli spalanca le porte del convento per i poveri, che trovano tutto ciò che fra' Bonaventura ha raccolto nella sua bisaccia, che spesso svuota direttamente nelle case dei meno abbienti. Non si contano gli interventi miracolosi che moltiplicano il pane distribuito quotidianamente ai poveri, con grande meraviglia del fratello portinaio. L'impegno del pane quotidiano però non lo distoglie dalla cura delle anime. Richiesto da tutti di giorno e di notte è sempre disponibile per tutti. 

Un altro episodio sul rapporto di fra' Bonaventura  con Potenza riguarda il fratello salvato da un fulmine, come riporta ancora il Rugilo: "Un giorno oscuratosi orribilmente il Ciel Potentino, erasi mossa la più spaventevole tempesta. Per frangerne l'impeto, fu ricorso, com'è costume, alle Torri de' sacri Tempi a ripercuotervi i battezzati metalli; e F. Giuseppe per tal motivo era con molti sul Campanile di quella nostra Chiesa. Quando all'improvviso squarciatosi il fondo di un nuvola, balenò l'orribil luce di un lampo: e un fulmine, che saettò la nostra Torre, percosse F. Giuseppe: gli riarse ogni capello: gl' incenerì la metà delle vesti: gli abbruciò la metà delle carni: ed egli ne cadde all'ingiù precipitato dall'alto: e ne fu creduto sicuramente estinto. Ma parve poi come un prodigio il ritrovarlo ancor vivo: e più il vederlo in pochi dì da tutto il riarso rifatto: e poi lungamente sano sopravvivere". Dopo qualche giorno dall'episodio, perviene una lettera di fra' Bonaventura che chiarisce il suo intervento nella salvezza del fratello: "Fratel mio l'accidente avvenutovi, vi faccia più accorto. Il fulmine era venuto per uccidervi; ma la infinita misericordia di Dio, per intercessione di qualche vostro Avvocato vi concede altro spazio di vita, e di penitenza. Ringraziate il Signore di questo gran benefizio, e siategli in avvenire colle opere vostre più grato". 

Dopo tanti anni spesi al servizio del popolo, i superiori lo inviano nel convento di Nocera Inferiore, dove ha iniziato il cammino alla sequela di S. Francesco, per inculcare un po' del suo ardore come maestro dei novizi (1703-1707) nelle giovani leve francescane. Con l'amore più vivo e con grande spirito umanitario forma i giovani, trasmettendo loro i tesori di spiritualità che aveva assorbito dal "maestro" padre Domenico. Dedica quattro ore quotidiane alla "quiete della sua anima" e poi chiede  ai discepoli vita di preghiera, ma con la dovuta discrezione senza imporre quanto pretende da se stesso.

Il padre "maestro" attende il suo discepolo ubbidiente, al quale ha predetto che l'avrebbe avuto vicino nella tomba. Il vescovo di Ravello chiede al padre Provinciale di riaprire il convento di Ravello per alleviare le gravi necessità spirituali del paese. Padre Bonaventura è chiamato ad una nuova tappa dell'itineranza ed è pronto come sempre alla voce dell'obbedienza, consentendosi questa volta una condizione che gli sia assicurato che sarebbe andato nella nuova sede come suddito e non come superiore.  E così, dopo Amalfi, Capri e Ischia, il "Pellegrino della Costiera" vive l'ultima tappa del suo cammino a Ravello, la gemma della Costiera Amalfitana, quasi a significare il suo lento accostarsi al cielo senza distogliere l'attenzione ai poveri che attendevano da lui aiuto e conforto.

Ogni giorno ripercorre la stradina che porta da Ravello ad Amalfi e risale, dopo aver recato conforto e provvidenza ai poveri e ai pescatori che lo aspettano prima di intraprendere un altro viaggio sulle infide acque del mare, senza aver prima pregato sulla tomba del maestro. Lo attende al rientro la cella che lo ospita nel convento, che oggi conserva le sue reliquie e le due finestre, una che affaccia sull'altare maggiore della chiesa sottostante e l'altra sull'incantevole panorama della "Divina Costiera Amalfitana"; sono due visioni di paradiso  che si alternano e si integrano che gli hanno consentito di fortificare lo spirito e hanno accompagnato il cammino di fra' Bonaventura verso la "Casa del Padre". È il 26 ottobre 1711. La notizia della beatificazione del venerabile fra' Bonaventura è annunziata a Potenza il 13 giugno 1775, come attesta l'annotazione su un foglio in bianco verso la fine del manoscritto del Rendina ampliato nel '700 dal Picernese: "Oggi 13 giugno 1775 è giunta la notizia della pubblicazione del decreto d'essere stato dichiarato Beato il servo di Dio fra' Bonaventura Lavanca sacerdote dei Minori Conventuali, Potentino, la cui vita si legge in un grosso libro stampato, composto dal Molto reverendo Padre Maestro Rugilo ex Provinciale del medesimo Ordine al quale mi riferisco, anche nostro concittadino".

La causa di beatificazione era stata iniziata e promossa da Clemente XIV (1769-1774), dell'Ordine dei conventuali, e conclusa con Pio VI (1775-1799). Come riferisce padre Gianfranco Grieco nella biografia del beato, secondo una relazione redatta a Roma il 26 novembre 1775, "la solenne beatificazione del Venerabile Padre Bonaventura da Potenza sacerdote professo dell'Ordine de' padri Minori Conventuali di San Francesco fu celebrata con divota sagra pompa nella Sacrosanta Basilica Vaticana li 26 Novembre 1775 colle cerimonie, e sontuoso apparato che qui fedelmente descrivesi". 

Il Beato torna a Potenza dal 2 al 9 settembre 1962, in occasione della peregrinatio dell'urna, contenente le sue venerate spoglie mortali, nei paesi della costiera. Il vescovo Bertazzoni vuole che la presenza del sacro corpo in città duri un'intera settimana e sia di singolare richiamo per uno speciale corso di esercizi spirituali in preparazione all'imminente Concilio Vaticano II.

La beatificazione di fra' Bonaventura avvenne durante il grande Giubileo del 1775. E' stato celebrato da poco il Grande Giubileo del 2000. L'auspicio che formuliamo è che avvenga presto la tanto attesa canonizzazione del nostro santo che in questa città capoluogo ebbe i natali.
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